SONO MATURI I TEMPI PER UN SINODO IN ITALIA

L’antica Mesopotamia, che i Greci chiamarono così per indicare la terra prosperosa compresa tra due fiumi, Il Tigri e l’Eufrate, conosciuta anche col nome di “mezzaluna fertile”, è il luogo in cui viene situato il giardino della Genesi, dove Dio “collocò l’uomo che aveva plasmato […] e fece germogliare dal suolo l’albero della vita in mezzo al giardino e l’albero della conoscenza del bene e del male. Un fiume usciva da Eden per irrigare il giardino, poi di lì si divideva e formava quattro corsi […]. Il terzo fiume si chiamava Tigri: esso scorre a Oriente di Assur; il quarto fiume si chiamava Eufrate” (Gen, 2, 8-14).
Gli ebrei, famiglie di pastori senza fissa dimora, vivevano in questo Paese opulento di Ninive e Babilonia. Le grandi civiltà sono sorte sempre sui letti dei fiumi perché l’acqua rendeva fertili le terre e possibile la vita fin dal suo nascere.
In questo Paese tra due fiumi, una terra oggi martoriata dalle guerre e dal terrorismo del settarismo reli
gioso, dal 5 all’8 marzo 2021, Papa Francesco, accogliendo l’invito del Presidente della Repubblica irachena e della minoranza cristiana, ha compiuto un viaggio apostolico. Egli ha così realizzato il progetto di san Giovanni Paolo II che avrebbe voluto visitare l’Iraq nel 2000, ma non riuscì a farlo perché l’allora Presidente Saddam Hussein non glielo consentì.
Mai un Papa era stato nella terra di Abramo. La Provvidenza ha voluto che accadesse ora, come segno di speranza, dopo anni di guerra e terrorismo e durante una dura pandemia. Uno dei momenti più significativi del viaggio è stato l’incontro con l’ayatollah Al-Sistani, leader spirituale della città santa di Najaf dell’Islam sciita. Papa Francesco è andato a trovarlo nella sua dimessa dimora. L’incontro ha sancito il riconoscimento reciproco ed ha attestato la volontà di consentire l’esercizio del culto alle minoranze cristiane e di altre religioni.
Francesco ha voluto visitare la terra da dove è iniziata l’avventura di Abramo, il patriarca riconosciuto dalle tre grandi religioni abramitiche, ebraismo, islam e cristianesimo e dove nelle piccole comunità cristiane, radicate fin dai tempi apostolici, si parla ancora la lingua di Gesù, l’aramaico. Purtroppo la minoranza cattolica, a causa della persecuzione, si è ridotta da 1.400.000 unità a poco più di 400.000.
Con questo viaggio Papa Francesco ha inteso proseguire il dialogo con l’Islam, nello spirito della Dichiarazione sulla Fratellanza umana. Per la pace mondiale e la conversione comune, che apre nuovi orizzonti nei rapporti tra cristiani e musulmani, firmata il 4 febbraio 2019 ad Abu Dhabi da Lui stesso e da Ahmad Al-Tayyeb, grande Iman di Al-Azhari, della corrente sunnita.
Bergoglio propone alle chiese cristiane e agli esponenti delle altre fedi religiose di “entrare insieme, come un’unica famiglia , nell’Arca della fratellanza umana che possa solcare i mari in tempesta del mondo”. Il Papa sta lavorando alla costruzione di questa arca, facendosi ponte tra gli stessi sunniti e gli sciiti, anche per dire che il futuro dei cristiani martoriati di questa regione passa per la ricucitura del tessuto interreligioso lacerato da settarismi che non sono la vera fede, ma strumentalizzazioni del nome di Dio per giustificare la violenza ( Francesco sta costruendo “l’arca della fratellanza umana”. Intervista a Franco FERRARI a cura di Pierluigi Mele, in “Confini”, 8 marzo 2021; per un approfondimento ,cfr, F. FERRARI, Francesco il Papa della riforma, Cinisello Balsamo, Milano, 2020).
Il Consiglio delle Chiese del Medio Oriente ritiene storica la visita del Papa in Iraq, non solo perché finalizzata a “sanare le ferite della popolazione sofferente, in particolare dell’Iraq”, ma anche perché arriva “in uno dei momenti più critici della storia moderna del Medio Oriente” e, come tale, è “un segno di amore e di guarigione”(Cfr, Iraq, Consiglio delle Chiese del Medio Oriente: “Visita del Papa è segno di amore”, in “www.riforma.it” del 9 marzo 2021).
La sfida che oggi Bergoglio pone alla Chiesa è su come vivere la comunione e le diversità che emergono dalle Chiese locali. Joseph Komonchat, studioso del Vaticano II, citando il grande teologo domenicano Yes Congar, parla di “una legge di comunione” come essenza della comunità ecclesiale, poiché “la Chiesa è ”una società non per coercizione ma per comunione: comunione dei membri quanto ai medesimi oggetti di fede e di amore, comunione di membri gli uni con gli altri”. Ciò comporta la disponibilità ad accogliere, a dare e a ricevere, per cui “il principio spirituale che ci fa cristiani comprende necessariamente la consapevolezza che noi non siamo soli […] e che solo la totalità di questo popolo, solo la Chiesa, nella sua universalità storica e geografica, antropologica e spirituale, è il soggetto adeguato della totalità di fede e di grazia che viene ad essa da Cristo” (Diversità e disaccordo nella Chiesa, in “Il Regno Attualità”, n. 4, 2021, pp.121-130, Ivi, pp.129-130).
La scelta quindi della via sinodale, che impegna la Chiesa a camminare tutti insieme come Popolo di Dio e ne costituisce la dinamica interna, si caratterizza proprio per la capacità di ascolto dei fedeli e del loro “fiuto”, cioè del loro senso della fede.
Il Papa scuote la CEI e richiede di avviare il sinodo
Nel primo decennio (1965- 75) post-conciliare alcune Conferenze episcopali e precisamente quelle dell’Olanda, della Svizzera e della Germania, organizzarono Sinodi nazionali e, pur nella diversità delle situazioni, arrivarono a chiedere profondi cambiamenti pastorali su temi importanti che interessavano l’intera comunità ecclesiale.
La Conferenza Episcopale Italiana (CEI) non è mai stata favorevole al dibattito sinodale, nonostante i molteplici richiami di Papa Francesco. Ciò ha impedito, o almeno reso difficile, l’inizio di un processo finalizzato a far compiere un passo in avanti decisivo ai cattolici italiani e ad evidenziare il primato del Popolo di Dio proclamato dal Vaticano II. Il rifiuto è stato motivato dal fatto che questo tipo di dibattito aperto porta alla formazione di un consenso che passa inevitabilmente dalla formazione di una maggioranza e di una minoranza che richiamerebbe una sorta di parlamentarismo. A questo punto una domanda viene però spontanea: è razionalmente pensabile una sorta di unanimismo nelle decisioni che scaturiscono da un dibattito? Il confronto franco e schietto non porta all’esame di tesi differenti e perciò stesso al consapevole formarsi di filoni di pensiero che nel dialogo aperto si interrogano e danno vita al formarsi successivo di posizioni prevalenti, che è riduttivo ricondurre al parlamentarismo che ha tutt’altra natura e obiettivi?
Proprio per evitare tale approdo sinodale, non condiviso da tanti Vescovi, la CEI optò per i Convegni nazionali da tenere ogni dieci anni. Si trattò certo di incontri importanti, con relazioni dense di contenuto, ma che di fatto non hanno cambiato l’iter pastorale della chiesa italiana.
L’ultimo convegno si è tenuto a Firenze nel 2015 su: In Gesù Cristo il nuovo umanesimo.
A Firenze la “sinodalità” era stata posta alla base della discussione, fin dalla preparazione del convegno, tanto che Francesco, nel suo discorso, definì il convegno “un esempio di sinodalità” che purtroppo non si riuscì a realizzare perché i partecipanti erano convinti che un piano pastorale poteva e doveva essere elaborato a tavolino e che la salvezza era ed è un fatto personale. Queste giustificazioni il Papa le definì “tentazioni” individuando la prima nel pelagianesimo (eresia dei primi secoli del cristianesimo secondo la quale l’uomo è in grado di salvarsi senza il bisogno della grazia) e la seconda nello gnosticismo (eccessiva fiducia nell’intelletto umano che pretende di spiegare anche ciò che non è spiegabile). Quel convegno, nell’intenzione del Papa, sarebbe dovuto essere per la Chiesa italiana uno stimolo a compiere l’auspicato salto di qualità sulla via del rinnovamento conciliare e ad innescare un processo di sinodalità, dal basso verso l’alto e dall’alto verso il basso. Ciò avrebbe favorito un camminare insieme dei pastori e del popolo di Dio, un confronto vero tra i fedeli che avrebbe agevolato la maturazione reciproca e favorito la conversione pastorale. Francesco infatti, concludendo il suo discorso, indicò ai Vescovi italiani il cammino che dovevano seguire negli anni successivi dicendo: “in ogni comunità, in ogni parrocchia e istituzione, in ogni diocesi e circoscrizione, in ogni regione, cercate di avviare, in modo sinodale, un approfondimento della Evangelii gaudium, per trarre da essa criteri pratici e per attuare le sue disposizioni, soprattutto sulle tre-quattro priorità che avete individuato in questo convegno. Sono sicuro della vostra capacità di mettervi in movimento creativo per concretizzare questo studio”. La CEI però puntualmente lasciò cadere questo progetto, dimostrando una certa diffidenza verso qualsiasi forma di cambiamento. La parola “Sinodo”, purtroppo, era indigesta a non pochi Vescovi, abituati a gestire le proprie diocesi con modalità poco collegiali, a fare affidamento sull’usato garantito e sulla massima “quieta non movere”. Inoltre, impostare un processo sinodale costa fatica e richiede un impegno di studio, di progettazione e di conoscenza della vita delle persone e dell’ambiente in cui vivono non indifferente. Senza contare che interpellare tutti i battezzati per capire davvero cosa pensano, cosa propongono e cosa chiedono alla Chiesa per poterla considerare guida autorevole può essere una novità traumatica per la Gerarchia perché, senza avere la possibilità di filtri o reti di protezione, si comprende che ci si muove su un terreno dagli esiti imprevedibili. In questo senso potrebbe trattarsi di un sinodo “rischioso”, di quel rischio salutare però che bisogna correre perché farebbe bene alla Chiesa.
Dopo il convegno di Firenze, la rivista dei gesuiti “La Civiltà Cattolica” ritornò sull’argomento con due articoli, uno del direttore padre Antonio Spadaro del febbraio 2019 (I cristiani che fanno l’Italia, n. 4047 del 2/16 febbraio 2919, pp.250-252) che ruotava intorno al discorso del Papa all’assemblea di Firenze del 2015. Egli, dopo aver affermato che “la sinodalità è radicata nella natura popolare della Chiesa popolo di Dio”, aveva concluso con la domanda :”ma forse sta maturando un tempo per un sinodo della Chiesa italiana ?”; l’altro articolo del settembre 2019 era di padre Bartolomeo Sorge, recentemente scomparso, (Un probabile sinodo della Chiesa Italiana. Dal primo Convegno ecclesiale del 1976 a oggi, n. 4062 del 21 sett/otto 2019, pp..449-458), il quale, dopo aver constatato che le proposte dei convegni ecclesiali erano rimaste sempre lettera morta, aveva concluso che solo il sinodo avrebbe dato un impulso innovativo alla Chiesa italiana, aggiungendo “che non spettava al Papa convocarlo , ma doveva essere una decisione di tutto il popolo di Dio, vescovi e fedeli insieme”. Il Papa tornò ancora sull’argomento nella 73° assemblea generale della CEI (20 maggio 2019) e durante il convegno in Laterano della diocesi di Roma (9 maggio 2019), ma senza alcun risultato. Per cui, dopo aver constatato che i suoi suggerimenti cadevano su un terreno non fertile, per usare una terminologia evangelica, nel discorso ai partecipanti all’incontro per i 60 anni dell’Ufficio Catechistico Nazionale della CEI, il 30 gennaio scorso, Egli ha indicato in modo diretto alla Chiesa italiana l’esigenza e l’urgenza di avviare un percorso sinodale. Dopo un lungo excursus sulla figura di Gesù Cristo, cuore della catechesi, e dopo aver ricordato l’autorevolezza del Vaticano II, troppo spesso dimenticato, Egli ha espresso il suo disappunto per l’inattività della CEI con queste parole: “Dopo 5 anni la Chiesa italiana deve incominciare un processo di sinodo nazionale, comunità per comunità, diocesi per diocesi. Nel convegno di Firenze c’è proprio l’intuizione della strada da fare in questo Sinodo”. Il Pontefice usa il termine deve a significare che non si tratta di un invito. La bacchettata del Papa ai Vescovi italiana è secca (Cfr, D. AGASSO jr, Il Papa striglia la Cei “Bisogna fare un sinodo”, in “La Stampa”, 31 gennaio 2021).
Dopo il richiamo del 30 gennaio scorso, qualcosa comincia a muoversi e si va verso la programmazione di un sinodo della Chiesa italiana che deve avere come stella polare il Concilio Vaticano II e anticipare il Sinodo della Chiesa universale del 2022 su: Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione e missione.
Verso il Sinodo della Chiesa italiana
Il 27 febbraio scorso la presidenza della CEI ha consegnato al Pontefice una proposta per un percorso sinodale nell’Italia. All’udienza hanno partecipato il Cardinale Gualtiero Bassetti, Presidente della CEI, e i Vescovi Stefano Russo, segretario generale, e i tre vice-presidenti Franco Giulio Brambilla, Mario Meini e Antonio Raspanti.
Il Cardinale Bassetti, subito dopo, in una intervista a “Vatican News” ha dichiarato: “Abbiamo preso lo spunto dall’invito del Papa e abbiamo preparato una bozza che abbiamo sottoposto al Santo Padre per cominciare già ad offrire un incipit a questo movimento sinodale” che si radica su tre idee di fondo: la conversione pastorale sollecitata nella costituzione apostolica Evangeli Gaudium , magna charta del pontificato e bussola di ogni seria riforma, la “fraternità solidale”, tema fondamentale dell’Enciclica “Fratelli tutti” che non nasce da patti interessati o da equilibri di potere o economici, ma solamente dall’umanità più vera e autentica (Cfr,A. SPADARO, La fraternità è più forte del fratricidio, in “La Civiltà Cattolica” n. 4098, 20 mar/3 apr 2021, pp. 568-585); ed una consapevole ed attuale formazione ecclesiale. Ciò induce a liberarsi dalle numerose sovrastrutture, sburocratizzare la vita delle parrocchie e delle diocesi e superare la logica del “si è fatto sempre così”.
E’ fuori luogo a questo punto pensare al Sinodo come ad un grande evento o ad una eccezionale assemblea ove si sviluppano interessanti discussioni per arrivare poi alle solite decisioni e proposte che abitualmente rimangono lettera morta. Il Papa espressamente ha chiesto un percorso diffuso, radicato nei territori che vanno dalle 226 chiese locali fino alle oltre 25.000 parrocchie e alle tante espressioni ecclesiali presenti nel territorio italiano. Egli ha insistito inoltre a più riprese per una rinnovata partecipazione dei laici e lo ha indicato con forza aprendo i ministeri del lettorato e dell’accolitato alle donne. La recente nomina di suor Natalie Becquart dell’Istituto “La Xaviere” di spiritualità di Parigi a Sottosegretaria al Sinodo dei Vescovi, con diritto di voto, lascia sperare che anche dei laici, uomini e donne, possano avere diritto di voto nel prossimo Sinodo. Il punto di partenza di questo processo è la convinzione che la sinodalità, scrive il Cardinale MIchhael Czerny, Sottosegretario della sezione migranti e rifugiati del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale, “non è un mero processo decisionale” , bensì “ un tratto fondamentale dell’identità ecclesiale”, in quanto “la Chiesa dispone alla corresponsabilità tutti i suoi membri, ne valorizza i carismi e i ministeri, ne intensifica i legami di amore fraterno” (Verso una Chiesa sinodale, in “La Civiltà Cattolica” , n. 4093, 2/16 gennaio 2021, pp. 3-15, ivi, p. 3-4), seguendo le indicazioni della Lumen Gentium che sottolinea l’importanza dei laici nella vita della Chiesa, i quali vengono chiamati a partecipare al suo governo “secondo i compiti, i ruoli e i modi loro propri” ( Cfr, nn. 12 e 37). Il porporato fa riferimento anche alla Costituzione apostolica Episcopalis communio promulgata da Francesco nel 2018 (Cfr, il mio, Sinodalità e conversione del Papato, in “Anxa”, sett-ott 2017, pp. 29-31) la quale rappresenta “un progresso rispetto al Concilio Vaticano II” perché “traduce in prassi ecclesiale le argomentazioni teoriche”, pone la “collegialità al servizio della sinodalità” (M. CZERNY, cit, p. 9) e richiede “una spiritualità che sia aperta alla comunione inclusiva, piuttosto che una spiritualità che si limiti a ricercare la perfezione individuale” (Ivi, p. 14).
Un autentico processo sinodale si fonda su una attitudine al dialogo che deve trasformarsi in un cammino di ascolto reciproco tra il Popolo di Dio e i Pastori alla ricerca di scelte significative per la comunità stessa. Il dialogo deve comprendere anche coloro da vengono etichettati come “lontani”, ma che desiderano interrogarsi su Dio e sul significato della esistenza umana. Il sinodo diventa quindi una sfida culturale, intendendo per cultura non quella accademica, ma la “cultura della strada”, ossia il vissuto quotidiano ove il Vangelo è chiamato ad incarnarsi. Da questa sfida nascerebbero proposte concrete e nello stesso tempo emergerebbero i problemi urgenti e indilazionabili presenti nella comunità ecclesiale, dalla crisi della catechesi alla formazione del clero e ad una religiosità legalistica che scaglia pietre ed oscura la fede e il Vangelo. Al centro quindi del cammino sinodale ci dovrà essere l’ascolto che vuol dire primato delle persone sulle strutture e attenzione ai variegati volti della Chiesa italiana che sono una ricchezza e vanno vissuti nella comunione auspicata da Cristo.
Conclusione
Lo storico Andrea Riccardi in un suo recente libro (La Chiesa brucia. Crisi e futuro del cristianesimo, Laterza, Roma, 2021), dopo aver fatto una articolata e ricchissima riflessione sulla trasformazione religiosa in atto nella società attuale, chiama le comunità credenti ad un serio impegno contro l’indifferenza e la irrilevanza. “Il cristianesimo -scrive Riccardi- più che una istituzione da conservare il più possibile, è una realtà del nostro futuro. Più che difendere le posizioni del passato o talvolta i loro resti, c’è da realizzare una scoperta del cristianesimo come parte integrante del futuro” (Ivi, p,. 239). Tutti i battezzati hanno perciò il dovere di adoperarsi per realizzare il cambiamento che papa Francesco ha chiesto ad ogni chiesa locale. Una autentica conversione al Vangelo, per essere valida ed efficace, non può essere il frutto di iniziative personali o di piccoli gruppi isolati, ma deve porsi come cammino corale fatto insieme a tutto il Popolo di Dio perché la Chiesa, per sua natura, è sinodo.
Francesco, come un profeta, in continuo ascolto di ciò che lo Spirito suggerisce alla Chiesa, non ha voluto tacere, accettando il rischio di non essere ascoltato. Il Vangelo, scrive Egli, sull’Avvenire del 2 aprile scorso, ci invita a cambiare ma ogni cambiamento “è drammatico e ci mostra quanto la persecuzione e la Croce sono legate” alla conversione per cui la parola del Vangelo “genera chiarezza nei cuori ben disposti e confusione e rifiuto in quelli che non lo sono”. Anche per quanto riguarda il processo di sinodalità sembra che pochi lo vogliano seriamente mentre la maggior parte, che non sa o non vuole sapere cosa sia, non sembra propenso ad intraprenderlo.
Il modo di operare di Papa Francesco non si basa su idee preconfezionale o su strategie studiate a tavolino. Egli avanza sulla base di una esperienza spirituale e di preghiera che si consolida nel dialogo e nell’ascolto di tutto il Popolo di Dio e principalmente nel grido dei poveri e nel richiamo ai principi fondamentali della dottrina della Chiesa, tra cui l’inviolabilità della persona umana, la destinazione universale dei beni, il primato della solidarietà, la fraternità e la pace nel mondo.
Quando tutto questo sarà finalmente chiaro, solo allora, forse, si incomincerà a capire questo Papa!
Pantaleo Dell’Anna