PERCHE’ SIAMO DIVERSAMENTE DUBBIOSI: un semplice punto di vista sui dubbi dei Cardinali

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Parafrasando un detto latino, penso si possa serenamente affermare che dubitare humanum est. Per esemplificare, da Madre Teresa di Calcutta all’attuale Pontefice che, con semplicità, ha ammesso di essere a volte attraversato da dubbi. Che vuol dire non solo chiedersi dei perché, ma anche porsi razionalmente dei dilemmi sulla propria fede, proprio perché l’uomo è un essere pensante. Perciò i dubbi ci possono essere, sempre, per tutti.

 

Nessuna sorpresa, quindi, se quattro cardinali (Meisner, Caffarra, Burke, Brandmuller) hanno avanzato cinque dubia al Santo Padre circa la corretta interpretazione di alcuni punti, a loro dire controversi, del capitolo VIII dell’Amoris Laetitia, richiedendo non risposte argomentate ai loro quesiti, ma un semplice SI – oppure –NO. Risposte tassative a domande complesse. Nonostante autorevoli porporati, che hanno partecipato ai due Sinodi, abbiano dichiarato in più occasioni che quei dubia erano già stati posti durante le adunanze sinodali e che se ne era discusso a sufficienza, fino a prospettare delle vie d’uscita percorribili accolte a maggioranza, non ci si deve meravigliare che in quei cardinali permanessero ancora dei dubbi che esigevano risposte da parte del Papa.
Ciò che desta meraviglia e disorienta sono le modalità e i toni scelti dai quattro porporati per avere i chiarimenti richiesti. Sia perché richiedere risposte affermative o negative tout court contraddice palesemente lo sforzo compiuto dal cammino sinodale di avvicinarsi alla complessità delle diverse situazioni personali, che postula di per sé l’impossibilità o l’incongruità di una risposta monosillabica. Sia perché ben altra riservatezza e compostezza ci si sarebbe aspettato da eminentissimi cardinali i cui dubia, pur ammantati di dotte sottigliezze dottrinali ed espressi in modo formalmente ineccepibile, di fatto, nella sostanza, si rivelano insidiosi e finiscono per colpire la figura stessa del Papa.
Da qui poi hanno preso le mosse dei fatti inqualificabili (manifesti del Papa, irriverenti e pacchiani, affissi per tutta Roma; pubblicazione del finto “Osservatore Romano” titolato ironicamente, avendo di mira Francesco, “Ha risposto”, con riferimento ai dubia) con l’evidente scopo di dileggiare e sminuire la figura di Papa Bergoglio per l’opera di rinnovamento della Chiesa che ha intrapreso. E’ tutto questo che ha creato autentico scandalo e sconcerto tra i fedeli!
Questi gesti risultano incomprensibili perché la teologia proposta da Papa Francesco, per chi legge ed ascolta senza pre-giudizi, è del tutto ancorata alla tradizione e legata al Vaticano II che, superando la vecchia visione anti-moderna, invita a guardare al mondo con fiducia e speranza.
Perché allora non enfatizzare e valorizzare il fatto che Amoris Laetitia non parli più di una famiglia generica nella sua astrattezza, come avveniva in tempi passati, ma parli di famiglie reali, con i loro drammi concreti, verso le quali non serve l’indice puntato che allontana, quanto piuttosto la saggezza prudenziale di chi riesce a mettersi accanto a queste famiglie perché intraprendano un cammino che le porti al massimo del bene possibile nella situazione data? E le situazioni umane non sono mai del tutto bianche o nere perché presentano innumerevoli sfumature e sfaccettature, come sa bene chi le vive e le conosce da vicino. E’ per questo che la norma, sempre valida, prudentemente, ma realisticamente, deve potersi confrontare con ogni situazione concreta.
Se Amoris Laetitia è il frutto di un lungo processo sinodale e di ascolto e se il Papa, con l’Esortazione citata, non fa che operare una sintesi dei risultati raggiunti, aggiungendo tutto il suo impegno, la sua forza e il suo coraggio per svecchiare la Chiesa “in ritardo di almeno due secoli”, come ebbe a dire il Cardinale Martini, per riproporre il messaggio evangelico all’uomo di oggi e prospettare una pastorale familiare che si faccia carico dei problemi esistenziali di ogni coppia, perché non facilitargli questo compito?
Allora mi sorge il dubbio che la lotta non più sotterranea a cui stiamo assistendo, contro la Riforma della Chiesa voluta dal Papa, da parte dei cosiddetti “conservatori” che si esercitano nella loro autoreferenzialità, non sia piuttosto una lotta per il potere, per la restaurazione dello status quo, col conseguente ripristino delle proprie posizioni di preminenza e prestigio nella curia romana e dintorni.
Per cui la domanda che mi faccio è: ma la Gerarchia, almeno qui in Occidente, la vuole davvero la Riforma avanzata da Papa Francesco? Perché ci si può opporre anche con il silenzio e l’inerzia, che è il non dare corso, il quieta non movere o il fare senza fare, di contro al sommovimento e all’inquietudine del mondo intorno a noi che ci interpella e ci chiede sempre risposte nuove, nel solco di una costante rilettura del Vangelo.
Il punto di rottura, l’effettivo scoglio da superare, a me pare essere l’introduzione, nella vita ecclesiale, della prassi del “discernimento”, che scomoda tanta routine in cui ci si era adagiati. Perché richiede di passare dall’atto del “pontificare” dall’alto, sentendosi investiti del potere di giudicare e condannare senza mediazione di sorta, sulla base di proposizioni universali statiche, valide per ogni tempo, ogni dove, ogni essere umano, le cui situazioni personali non contano, all’atto del “discernere”, che comporta di scendere dal piedistallo e riconoscersi uomo tra gli uomini, per ascoltare, indirizzare, soccorrere, consigliare, correggere, farsi compagno di strada del proprio fratello, guidati dalla luce e dall’insegnamento del Vangelo. Quella Parola che è immutabile nel tempo, mentre siamo noi a cambiare nel tempo e quindi a comprenderla meglio e di più, storicizzandola, come ci ha insegnato Giovanni XXIII. E’ per questo che è necessario il discernimento, per andare avanti sempre più nella comprensione del messaggio di Gesù e guardare agli uomini hic et nunc, col loro carico di errori e sofferenze, per cercare di lenirgliele.
Il Vangelo è la Buona Novella per ciascun uomo o è un precettario che non tollera di farsi sempre più prossimo ai bisogni dell’uomo? La Buona Novella insomma, ci è stata annunciata per salvare l’uomo o per perderlo perché di sabato è scandaloso che Gesù, a dispetto delle norme, operi guarigioni?
I principi e le norme non possono finire per contare più delle persone in carne ed ossa perché, come dice il Papa nell’ enciclica Laudato Si’, “la realtà è più importante dell’idea” (L.S. nn.110 e 201), laddove con realtà si allude alla vita e alle esperienze della vita. In quest’ottica il discernimento allora assume la funzione di trait d’union tra l’universalità della norma e la particolarità di ciascuna situazione. Si tratta di un cammino esigente che, appellandosi al primato della coscienza, chiama direttamente e pesantemente in causa la piena responsabilità del credente e del confessore.
Il problema, rispetto alla Riforma voluta da Francesco, mi pare essere soprattutto questo: saranno capaci le chiese locali di rinnovare radicalmente la pastorale sulla famiglia, avranno la forza e la voglia, alla luce dell’Amoris Laetitia, di mettersi in gioco su questo tema centrale? Come e quanto riusciranno a rinnovare l’annuncio del Vangelo? Si tratta di una grande sfida, molto impegnativa, soprattutto per quella parte del clero che ha atteggiamenti più pigri e retrivi al riguardo. Perché questa sfida implica, e questo è il nodo centrale da sciogliere, un’autentica conversione di mentalità, che si lasci alle spalle la rassicurante riva della nettezza impersonale del tutto bianco o tutto nero e accetti di navigare “per l’alto mare aperto” del complicato ventaglio delle situazioni umane.
Ma richiede anche, in primo luogo, un impegno forte e serio per una diversa formazione seminariale, l’adozione di un linguaggio rimodulato, la riorganizzazione di tutta la vita e le attività della Chiesa, che superi il tran tran e la ripetitività delle azioni senza slancio.
In secondo luogo, un rinnovamento di tal fatta chiama direttamente in causa tutte le parrocchie le quali, o si lasceranno pienamente coinvolgere, fornendo linfa vitale a questo vento che spira forte, o la riforma semplicemente non sarà. L’inerzia, in questo caso, equivarrebbe a remare contro.
Lasciarsi coinvolgere, per le chiese locali, vuol dire dismettere la comoda abitudine di uniformarsi stancamente alle direttive, per assumere esse stesse l’iniziativa di diventare protagoniste della Riforma, attraverso una diversa articolazione della loro organizzazione che passa dal rapporto con i laici, alla comunicazione pluridirezionale, alle procedure decisionali e formative, capaci di garantire ai suoi componenti, tutti, una presenza efficace ed attiva al proprio interno.
Mentre me lo auguro davvero, ho i miei dubbi che ciò possa accadere realmente.

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