QUATTRO CARDINALI AVANZANO “DUBIA” SULL’AMORIS LAETITIA. L’Amoris Laetitia innova nella continuita’

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L’esortazione apostolica Amoris laetitia (La gioia dell’amore) del 19 marzo 2016, ultima tappa del “processo sinodale” dedicato alla famiglia, sintetizza le linee di fondo emerse nella approfondita discussione ed approvate a larghissima maggioranza nelle due assemblee sinodali, preparate da un’ampia consultazione di tutto il popolo di Dio.

Essa, oltre a parlare delle tante sfaccettature dell’amore coniugale, nel titolo evidenzia anche “un felice collegamento con la precedente esortazione apostolica Evangelii gaudium, tracciando un percorso significativo dalla gioia del Vangelo alla gioia dell’Amore “ (M. GRONCHI, Amoris Laetitia Una lettura dell’Esortazione apostolica postsinodale sull’amore nella famiglia, San Paolo, Cinisello Balsamo, 2016, p. 5). L’Esortazione non ha un carattere normativo, ma indica un modo differente di interpretare le norme esistenti e delinea nuovi percorsi pastorali per una Chiesa sempre più accogliente e inclusiva.

L’Amoris laetitia è la carta programmatica che deve guidare la famiglia nei prossimi decenni e perciò “ fornisce un quadro e un clima che ci impedisce di sviluppare una morale fredda […] e si colloca piuttosto nel contesto di un discernimento pastorale carico di amore misericordioso disponibile sempre a comprendere, a perdonare, ad accompagnare, a sperare, e soprattutto ad integrare” (Amoris Laetitia, n.312, in seguito AL). In Amoris Laetitia si ritrova insomma una continuità con la grande tradizione cattolica, nella quale si evidenzia un magistero che non vuole ergersi a difesa arcigna e severa di una ontologia metafisica, ma essere un autorevole e prudente servizio alla fede dell’uomo e della donna.

L’Amoris Laetitia: riforma nella continuità
Dopo secoli di imbarazzato silenzio, l’Amoris Laetitia affronta apertamente ed umanamente il tema della sessualità, considerata “un regalo meraviglioso di Dio” e propone un vademecum sul volersi bene tra moglie e marito. “Per spostare l’asse attorno al quale ruotava da cinque secoli la storia del matrimonio -scrive Alberto Melloni- bisognava ripensare una parola: Amore. La parola con cui inizia l’esortazione post-sinodale di papa Francesco” (Francesco e la riforma dell’amore, in “La Repubblica”, 9 aprile 2016). Che nel quarto capitolo, L’Amore nel matrimonio, fa l’elogio della gioia erotica, che non appare più come un male, ma un dono di Dio come tale. Con linguaggio nuovo ed originale, Francesco parla della bellezza e della pienezza dell’amore coniugale, consapevole che non è possibile “incoraggiare un cammino di fedeltà e di reciproca donazione se non stimoliamo la crescita, il consolidamento e l’approfondimento dell’amore coniugale e familiare” (AL, n. 89). Purtroppo per molti secoli ha prevalso un ideale teologico troppo astratto del matrimonio “finendo per evidenziare una lettura biologica funzionalistica della sessualità, sospettosa di fronte al desiderio carnale, diffidente verso la ricerca del piacere” (S. NOCETI, Guida alla lettura dell’Amoris Laetitia, in FRANCESCO, Amoris Laetitia, Piemme, Milano, 2016, p. 29). Perciò il suo fine unitivo, l’invito a crescere nell’amore e l’ideale di aiuto reciproco sono rimasti nell’ombra. Lo stesso Papa, ai membri del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II (27 ottobre 2016), citando la sua esortazione apostolica al n. 36 e facendo autocritica ha sottolineato come nel passato è stato presentato “un ideale teologico del matrimonio troppo astratto, quasi artificiosamente costruito, lontano dalla situazione concreta e dalle effettive possibilità delle famiglie così come sono”. Questo documento invece vuole celebrare la bellezza del matrimonio cristiano con il suo ineliminabile carattere d’indissolubilità e di apertura alla vita.
Certamente nessuno può pensare che l’Amoris laetitia non cambi nulla rispetto al passato. Non si convocano due Sinodi, non si discute animatamente per oltre due anni, non si fanno tante votazioni per lasciare tutto come prima. L’espressione di Benedetto XVI (Discorso alla Curia Romana, 22 dicembre 2005), “riforma nella continuità”, riferita al Concilio Vaticano II, si applica anche ai due Sinodi sulla famiglia e alla Esortazione post-sinodale, il che significa che entrambi operano un generale cambiamento e portano avanti, sviluppandolo, ciò che era accennato nei precedenti documenti del magistero. La pastorale specifica dei divorziati risposati e delle persone in situazioni coniugali irregolari dell’Amoris Laetitia non segna una rottura sostanziale con la Familiaris consortio di Giovanni Paolo II (1981) che Papa Francesco cita parecchie volte, riprendendo tutto l’insegnamento relativo alla indissolubilità del matrimonio cristiano “riflesso dell’unione tra Cristo e la sua Chiesa” ( AL, n.292). Nello stesso tempo però invita a discernere le diverse situazioni, anche quelle di “coloro […] che sono soggettivamente certi in coscienza che il precedente matrimonio, irreparabilmente distrutto, non era mai stato valido” ( Familiaris Consortio, n 84, cit. in AL, n.298).
La novità dell’Amoris Laetitia è nel prendere consapevolezza del carattere irreversibile di situazioni matrimoniali e familiari che “non permettono di agire diversamente e di prendere altre decisioni senza una nuova colpa” (n. 301) e che “nessuno può essere condannato per sempre , perché questa non è la logica del Vangelo” (n.297). Per cui, scrive Jean-Paul Vesco, Vescovo di Oran in Algeria, “questo carattere definitivo di una situazione non può più essere de facto un ostacolo insormontabile al sacramento della riconciliazione […] a condizione, certo, che il carattere oggettivamente irregolare della sua situazione sia da lei riconosciuto, che ci sia stata una elaborazione in funzione della verità e che la contrizione sia reale” (Papa Francesco ha fatto opera di tradizione… Su Amoris Laetitia, in “Concilium”, n. 4 , 2016 p. 148). Ciò è una vera evoluzione rispetto alla Familiaris Consortio.
Mons. Vesco conclude con una precisazione sul concetto di tradizione che “non è la ripetizione tale e quale di verità intangibili a prescindere dal tempo e dallo spazio. Questo si chiama fondamentalismo. La tradizione non è nemmeno fonte di rigidità, ma è un elemento essenziale di flessibilità tra, da una parte, un mondo in continuo movimento e, dall’altra parte, una verità che trascende le contingenze umane” (Ibidem).

Il capitolo ottavo: Accompagnare, discernere,e integrare la fragilità.
Papa Francesco usa tre verbi nell’affrontare situazioni di fragilità, complesse o irregolari: accompagnare con attenzione e premura i figli segnati dall’amore ferito; discernere tra le tante situazioni irregolari ed integrare nella comunità ecclesiale tutti coloro che vivono questa drammatica situazione. La Chiesa infatti deve ridare fiducia e speranza alle coppie che sono in crisi, poiché la sua missione assomiglia a quella di un ospedale da campo.
Il punto di partenza, per rimettere in moto la pastorale familiare, è annunciare il Vangelo dell’Amore! Lo scrive e lo ripete più volte Papa Francesco, anche nel capitolo ottavo in cui chiede di “applicare la dottrina nella forma più misericordiosa” (n. 297) nei confronti degli sposi che hanno iniziato una nuova esperienza affettiva, ma ricorda anche che “comprendere le situazioni eccezionali non implica mai nascondere la luce dell’ideale più pieno, né proporre meno di quanto Gesù offre all’essere umano” (n. 307).
Il cammino graduale verso l’ideale pieno del matrimonio non può essere stabilito, sottolinea il Papa, da “una nuova normativa generale di tipo canonico, applicabile a tutti i casi”, ma esige “un responsabile discernimento personale e pastorale dei casi particolari” (n. 300), per due ragioni. La prima è la necessità di ovviare all’astrattezza della norma generale rispetto al caso particolare. Francesco, sulla scorta dell’insegnamento di San Tommaso D’Aquino, ricorda che “quanto più si scende alle cose particolari, tanto più si trova indeterminazione” (n. 304). Perciò il discernimento del singolo caso non è allora la deroga alla legge generale, ma il prolungamento dello spirito della legge nella singolarità del caso, laddove la norma generale non può essere applicata alla lettera. La legge, infatti, insegna ancora Tommaso d’Aquino (Cfr. Summa Tleologica I-II, 94, 4), vale nella maggior parte dei casi, ma, continua il Papa, “ non può abbracciare assolutamente tutte le situazioni particolari” (n. 304). Il discernimento, cui si è giunti in un caso particolare, non può valere come norma generale, ma “deve aiutare a trovare le strade possibili di risposta a Dio e di crescita attraverso i limiti. Credendo che tutto sia bianco o nero, a volte chiudiamo la via della grazia” (n. 305).
La seconda ragione, dice il Papa, consiste nel fatto che, secondo la dottrina della Chiesa, “l’imputabilità e la responsabilità di un’azione possono essere diminuite o annullate» (n. 302) da circostanze attenuanti e condizionanti. La possibile limitazione dell’imputabilità e della responsabilità esige di distinguere tra una situazione oggettiva di peccato e lo stato del soggetto interessato. La dottrina tradizionale insegna che l’oggettiva “materia grave” non è sufficiente per decretare il peccato mortale che, per essere tale, deve includere le condizioni soggettive della “piena avvertenza” e del “deliberato consenso”. “E’meschino –scrive Francesco- soffermarsi a considerare solo se l’agire di una persona risponda o meno a una legge o a una norma generale, perchè questo non basta a discernere e ad assicurare una piena fedeltà a Dio, nell’esistenza concreta di un essere umano” (304).
Il testo quindi non offre una norma che comporta la soluzione delle complesse e varie situazione esistenziali, ossia una norma che valga per tutti i casi. Infatti, dice il Papa: ”Se si tiene conto dell’innumerevole varietà di situazioni concrete […] è comprensibile che non ci si dovesse aspettare dal Sinodo o da questa Esortazione una nuova normativa generale di tipo canonico, applicabile a tutti i casi” (n. 300). L’ultima istanza insuperabile e ineliminabile è il giudizio che si svolge nel sacramento della riconciliazione, che costituisce una eccezione di fronte a tanti casi particolari in cui si trovano le famiglie nella società odierna. Questo iter complesso, ma necessario a livello personale, non significa che esiste una doppia morale, ma un approccio umano graduale all’unica morale, nella continua e perseverante ricerca della perfezione. La soggettività e la coscienza ad essa strettamente collegata sono un valore che la rivelazione cristiana ha scoperto e valorizzato, evitando però il rischio che da valore esso si trasformi in una verità impazzita, ossia in una coscienza creatrice di valori.

I dubia di quattro Cardinali sulla Amoris Laetitia
I cardinali, Joachim Meisner, Carlo Caffarra, Raymond Leo Burke e Walter Brandmüller, tutti ormai fuori da incarichi di governo, il 19 settembre 2016 hanno inoltrato al Papa e alla Congregazione della dottrina della fede una lettera con il testo di cinque dubia sull’Amoris Laetitia, ossia di quesiti cui si può rispondere con un semplice sì o no. Il 14 novembre i Cardinali hanno diffuso la missiva tramite il blog di Sandro Magister con il titolo: Fare chiarezza. Nodi irrisolti di Amoris Laetitia, poiché hanno “constatato un grave smarrimento di molti fedeli e una grande confusione [..] anche all’interno del collegio episcopale”. I dubia riguardano il capitolo ottavo che, secondo loro, invaliderebbe o sarebbe in contraddizione con l’insegnamento di Giovanni Paolo II. Nel testo dell’Amoris Laetitia però il Papa non parla mai esplicitamente dell’ammissione all’Eucaristia , anzi sottolinea che non sono possibili regole canoniche generali, valide per tutti. La via che egli indica è quella del discernimento caso per caso. Infatti nella nota 351 si fa riferimento solo alla possibilità di accedere al sacramento dell’Eucaristia per i divorziati risposati che si trovano in particolari circostanze. Il Papa si è pronunciato chiaramente a favore della coscienza personale, del discernimento e del potere delle Chiese locali, convinto che il suo insegnamento supererà la prova del tempo perché è in sintonia con il sentire del popolo di Dio.
I cardinali contestatori, nei loro cinque dubia, chiedono:
1) Se sia possibile ammettere ai sacramenti della penitenza e dell’Eucaristia “una persona che, essendo legata da vincolo matrimoniale valido, conviva more uxorio con un’altra, senza che siano state adempiute le condizioni previste da Familiaris Consortio, n. 84” e se ciò si applica anche all’espressione “in certi casi” della nota 351 (n.305).
2) Se esistono, secondo l’insegnamento dell’enciclica Veritatis splendor di Giovanni Paolo II, “norme morali assolute , valide senza eccezioni, che proibiscono atti intrinsecamente cattivi”.
3) “Se è ancora possibile affermare che una persona, che vive abitualmente in contraddizione con un comandamento della legge di Dio, come ad esempio l’adulterio, si trova in situazione di peccato grave abituale”.
4) Se le “circostanze o le intenzioni non potranno mai trasformare un atto intrinsecamente disonesto per il suo oggetto in un atto soggettivamente onesto e difendibile come scelta” contraddicendo la Veritatis Splendor n. 81.
5) Se l’insegnamento della Veritatis Splendor n. 56 che esclude “un ruolo creativo della coscienza” possa “legittimare eccezioni alle norme morali assolute che proibiscono azioni intrinsecamente cattive per il loro oggetto”, è ancora valido.
Da tutto il contesto si ricava l’impressione che i dubia non siano stati posti proprio in buona fede perché gli autori conoscevano già le risposte e sapevano anche come la pensa il Papa il quale, incontrando il Collegio degli scrittori de “La Civiltà Cattolica” il 9 febbraio scorso, ha detto “che gli stessi marinai chiamati a remare nella barca di Pietro possono remare in senso contrario” (“La Civiltà Cattolica”, 25 febb/11 mar 2017, p.440). Anche il Cardinale Angelo Scola, Arcivescovo di Milano, intervistato da Zita Dazzi ha affermato che ”anche nella Chiesa può attecchire la zizzania […] e in un momento di passaggio così radicale […] chi è abituato ad un altro stile reagisce anche in forme disdicevoli, magari non sempre in buona fede” (“Francesco cui ha dato la sveglia ora la chiesa si lasci cambiare”, in “La Repubblica”, 19 marzo 2017, p. 15).
Nelle settimane successive alla pubblicazione del documento, il cardinale Burke, che sostanzialmente è per la restaurazione delle vecchie regole ispirate al più intransigente rigorismo, ha più volte parlato di una possibile correzione formale del Papa in caso di mancata risposta, ipotesi giudicata assurda dal Cardinale Muller, Prefetto della Congregazione della dottrina della fede, perché l’Amoris Laetitia, egli dice, “è molto chiara nella sua dottrina”, chiede solo “di discernere la situazione di queste persone che vivono un’unione non regolare […] e di aiutare queste persone a trovare un cammino per una nuova integrazione nella Chiesa” (A. TORNIELLI, “Non ci sarà alcuna correzione al Papa”, in “La Stampa-Vatican Insider”, 8 gennaio 2017).
Di fatto, sia pure con le inevitabili difficoltà di ogni riforma, l’attuazione dell’Amoris Laetitia sta procedendo. In Italia ci sono Vescovi che non hanno avuto alcun dubbio ed hanno già scritto lunghe lettere per orientare clero e laici nell’attuazione della esortazione. Cito per tutte Le linee guida per la recezione dell’Amoris Laetitia dell’Episcopato della Campania che non “intende essere una sorta di prontuario […] bensì degli orientamenti a sostegno dei sacerdoti […] fermo restando la facoltà di ciascun Vescovo di dare i suoi orientamenti”.
Una risposta ai Cardinali obiettori il Papa l’ha data approvando il documento, Criteri fondamentali per l’applicazione del capitolo VIII dell’Amoris Laetitia dei Vescovi della regione pastorale di Buenos Aires, documento che riferisce “degli orientamenti volti a discernere le possibilità di accesso ai sacramenti di alcuni divorziati che vivono una nuova unione” in seguito a un processo di discernimento accompagnato da un pastore. Il Papa, nella sua lettera, precisa che “il testo è molto buono e mostra chiaramente il significato del c. VIII dell’Amoris Laetitia”, aggiungendo che “non ci sono altre interpretazioni”.
Il Cardinale Walter Kasper, rifacendosi a un articolo di Rocco Buttiglione (La gioia dell’amore e lo sconcerto dei teologi, in “Osservatore Romano”, 20 luglio 2016), ottimo conoscitore della teologia di Giovanni Paolo II, e all’interpretazione del Cardinale Christph Schonborn, esplicitata nella presentazione ufficiale della Esortazione del l’8 aprile 2016 , afferma: “Il Papa si è attenuto esattamente alle direttive espresse nelle votazioni conclusive del Sinodo, con una maggioranza dei due terzi e ha dalla sua parte il senso della fede della grande maggioranza dei fedeli[…]. La presunta confusione perviene da un terzo fronte , che si è estraniato dal senso della fede e dalla vita del popolo di Dio” (Amoris Laetitia: rottura o ripartenza, in “Il Regno” n. 21, 2016, p. 680). Da ultimo il Cardinale Francesco Coccopalmerio, Presidente del Pontificio Consiglio per i testi legislativi, ha pubblicato un volumetto dal titolo: Il capitolo ottavo della Esortaione Apostolica post-sinodale Amoris Laetitia con l’intento “di prendere in puntuale considerazione il prezioso testo del capitolo ottavo per cercare di coglierne il ricco messaggio dottrinale e pastorale”(p. 5).
Conclusione
L’Amoris Laetitia è il frutto di un cammino di Chiesa durato oltre due anni che, con il suo linguaggio fresco e concreto, partecipa e interpreta le gioie e le fatiche della vita familiare. La gioia è una dimensione legata all’amore. Di ciò si deve necessariamente tener conto nel progettare una pastorale per le famiglie. Occorre quindi mettere in discussione le nostre non corrette e a volte consolidate abitudini pastorali a riguardo. Tutti i cosiddetti corsi prematrimoniali, ad esempio, vanno sicuramente rivisti, impostati in forma kerigmatica, utilizzando i contenuti della Amoris Laetitia e considerandoli come un itinerario che inizia col corso ma che dovrà continuare dopo il matrimonio e per tutta la vita.

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