Ricordi a Santa Maria al Bagno: il molo e la “palanga”

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Il tramonto aveva da poco culminato la sua scenografia mozzafiato nel cielo. La tramontana, tenace testarda, intensamente salata, increspava i ciuffi delle onde sul calare della sera. Lì, giù al molo, tornavano le barche dondolanti. Le prue accasciate sotto le reti, i remi finalmente dormienti, a bordo. Le voci dei pescatori riecheggiavano nel teatro azzurro del mare. Si scambiavano le fatiche del lavoro, a vicenda si aiutavano a tirare su, al sicuro, le barche. Poi scrutavano il ponente per anticipare il tempo del giorno successivo oppure il vento protagonista della notte. Si salutavano con le voci stanche, ma forti, in dialetto. Prima riassettavano con cura gli ormeggi: funi, lacci, reti, teli, remi, secchi, specchi, lenze, cesti, gomitoli di filo, ami, piombi, arnesi vari, poi, con la spinta delle braccia, salivano le barche a ridosso del molo. Sulla spiaggia, oltre la prua già avanzata, i pescatori posizionavano le “palanghe”, ossia dei cavalletti di legno, unti con il grasso, che facilitavano l’ulteriore salita dello scafo. I figli dei pescatori, in attesa sul lungomare, appena avvistata la barca di famiglia, accorrevano verso il molo per dare una mano. Facevano a gara a chi doveva posizionare la “palanga”, a chi doveva raccogliere il pescato nelle cassette, a chi doveva pulire il fondo della barca con la spugna, a chi doveva correre alla fontana a lavarsi i piedi intirizziti di sale. La fontana era situata sul pianerottolo delle scale del molo. Sotto quel getto i pescatori rinfrescavano le gambe stanche, sciacquavano i polpi, rianimavano l’esca. Le barche, assopite in un grande telo, robusto e resistente alle mareggiate, dormivano ormai sotto le prime stelle. Tra le risa dei ragazzi e i loro scherzi lungo la battigia, i pescatori tornavano a casa con addosso il profumo del mare e con nello sguardo la bellezza dell’immenso.
Ai pescatori di Santa Maria al Bagno, semplici custodi di tradizioni e valori del nostro territorio, alle loro barche colme di racconti e avventure, simboli di sacrifici e traversate, bisognerebbe dedicare un monumento, uno scoglio, un lembo di gratitudine proprio lì, a ridosso del molo, dove oggi svettano non curanti i nostri variopinti ombrelloni.

Rosi Fracella

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