Ricordi a Santa Maria al Bagno: “lu cuenzu”

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Un galleggiante dondolante al largo, in mezzo alla marea smaltata d’argento, spuntava solitario nell’ infinito. Poteva essere un sughero, un recipiente di plastica, un segnale colorato che indicava, in modo inequivocabile e immediato, il punto esatto in cui era stato snodato “lu cuenzu”.
I pescatori si svegliavano che era ancora buio. Il profumo del primo caffè scivolava fuori dagli usci e si mescolava con l’odore del mare, degli scogli bagnati di sale, dell’erba smossa dalla brezza notturna, delle piante selvagge dei capperi, inerpicati tra i sassi. Andavano al molo, svegliavano le barche e partivano, puntando la prua verso il galleggiante. La speranza era sempre quella: tirare “lu cuenzu” e trovarlo popolato di saraghi, mormore (“caciuli”), occhiate e ogni pesce che il fondale buono e roccioso poteva offrire.
Prima di lasciarlo andare nell’acqua, “lu cuenzu” aveva richiesto un lungo lavoro di preparazione, quasi un vero e proprio rito per tutta la famiglia, c’era la vigilia “ti lu cuenzu” insomma!
Infatti, già alcuni giorni prima, i pescatori cominciavano a scrutare bene le condizioni metereologiche, si scambiavano previsioni sui venti, osservavano il ponente e attendevano quella che loro, in gergo strettamente locale, chiamavano “arbata morta”, ossia un mare calmo, privo di moto ondoso e increspato. Solo così avrebbero potuto calare, e svuotare verso il fondale, quella cesta di vimini, colma di fili e ami gestiti ad arte intorno a curve incerte di sughero.
Niente metteva alla prova l’abilità e la pazienza dei pescatori come questa tecnica di pesca, antica e densa di fatica. L’allestimento cominciava con il riassettare la cesta, lentamente, filo per filo. Tutti gli ami venivano controllati uno per uno, con attenzione, affinché fossero intatti ed efficaci, i piombi, i sugheri. “Lu cuenzu” rappresentava la possibilità di un guadagno migliore per i pescatori, una cassetta di pesce fresco e pregiato da vendere a buon prezzo al mercato coperto di Santa Maria.
Il rito preparatorio prevedeva innanzitutto l’approvvigionamento dell’esca. Tra le preferite del pesce “ti cuenzu” era da annoverare il famoso cetriolo di mare, spugnoso, ricco di membrane fibrose e facili da tagliuzzare a listarelle. Per recuperare tale esca i pescatori girovagavano con le barche tra i fondali sabbiosi. La ricerca avveniva con un attrezzo chiamato “specchio”, ossia un bidoncino cilindrico, chiuso sul fondo a tenuta stagna con un vetro, che permetteva di perlustrare il fondale alla ricerca dei cetrioli di mare. Il pescatore addetto a guardare con lo specchio restava accovacciato a poppa, con il dorso verso l’esterno e la testa inclinata nello specchio. Lo sguardo era fisso oltre il vetro, per non perdere di vista l’ottima preda, esca da agganciare agli ami e cibo succulento per i saraghi. Appena il cetriolo di mare veniva individuato, il pescatore lo infilzava con una fiocina, applicata all’estremità di una lunga asta, e lo tirava sulla barca. I cetrioli, spugnosi e ricchi d’acqua, spesso schizzavano tutto intorno, rendendo questo momento intriso di risate e battute ironiche. Questa tipologia di esca richiedeva sforzo fisico e la ricerca con lo specchio gravava sulla schiena e sulle ginocchia. A volte tale pratica veniva avvantaggiata dalla pesca subacquea, ma non tutti i pescatori avevano un sub in famiglia o tra i conoscenti. I cetrioli venivano poi aperti e sviscerati per ricavare la porzione morbida e viscida da usare come esca. Le mani dei pescatori, callose e secche, a furia di preparare l’esca, diventavano raggrinzite e pallide, per ritornare precise, abili, instancabili intorno al gioco dei fili e degli ami. “Lu cuenzu” poteva essere preparato anche con le pulci di mare, più facili da procurarsi, ma meno gradite dai pesci. I pescatori calavano il tutto, di solito, dopo il tramonto, quando l’aria diventava tranquilla e fresca. Si spingevano al largo, lì dove i bagnanti o altre barche non avrebbero potuto disturbare l’abboccamento. Sceglievano il punto in cui il fondale era buono, florido, vario e snodavano con concentrazione tutta l’architettura dei fili di nailon, punteggiati dagli ami forniti di esca. Le mani scorrevano dalla cesta ai fili, lo sguardo seguiva ogni amo affondare sotto la superficie, con attenzione. Se “lu cuenzu” si aggrovigliava in un punto, i pescatori diventavano scuri in faccia e parole di scoraggiamento volavano nella calma della sera.
Al rientro verso il molo, la fronte aveva smesso di grondare sudore e il cuore contemplava la speranza di una pesca quasi miracolosa, proprio lì, nel punto dove il galleggiante segnalava che era stato calata quella coltre di molti fili, sacrifici, rinunce e sogni.
Quando arrivava finalmente il momento di tirare “lu cuenzu” nessuno sulla barca parlava. Nel cielo ancora buio brillavano le costellazioni. Il motore, montato a poppa, lasciava una scia schiumosa e frizzante tra le onde, la cesta, vuota sulla prua, traballava leggera al vento. Appena la barca si avvicinava a destinazione, i pescatori spegnevano il motore e lentamente si apprestavano a tirare “lu cuenzu” : non era più la vigilia, era l’alba! Tutti guardavano il mare, in silenzio. Il primo a tornare a bordo era il galleggiante, poi gradualmente la matassa dei fili. Il bagliore sotto la superficie dell’acqua indicava un pesce abboccato che i pescatori sganciavano e mettevano in una cassetta, ripulendo l’amo da lische ed eventuali residui. Cosi filo dopo filo, fino alla fine. Spesso a qualche amo mancava l’esca, ma anche il pesce; altri ami invece tornavano a bordo carichi di alghe. Se era andata bene, la cassetta si riempiva e le rughe dei pescatori si spianavano di serenità e soddisfazione. Se era andata male, i pescatori riassettavano “lu cuenzu” e puntavano la prua verso il rientro, con il sole ormai alto, le braccia stanche e le ciglia amare di sale. Nel peggiore dei casi qualcuno, girovagando a caccia di galleggianti per il mare notturno, avrebbe potuto tirare “lu cuenzu” prima dei pescatori e rubare il frutto di tanto lavoro. Davanti a tale probabilità i pescatori provavano ansia e paura.
Il pesce “ti cuenzu”, adatto a pregiate zuppe oppure a un piatto di tubettini con il sugo, veniva subito portato al mercato di Santa Maria al Bagno, ma già al molo gruppi di gente attendevano i pescatori per accaparrarsi i saraghi migliori, “li caciuli” più grossi e carnosi. Alcuni desideravano il pesce “ti cuenzu”, ma volevano barattarlo come il pesce da rete, alla stregua degli scorfani e simili zuppette. Era quello il momento in cui i pescatori raccoglievano tutto, cassetta, sacchetti e bilancia e, con i pantaloni arrotolati e la visiera bassa, si dirigevano verso il mercato per poter guadagnare la sperata “sciurnata”. Vicino alle baracche di verdure, frutta, legumi, lupini, a ridosso delle macellerie, posavano le loro cassette e attendevano gli intenditori per vendere con dignità quella tipologia di pescato.
Tornati a casa potevano finalmente riposare, mentre il profumo dei pomodori e della cipolla spalmato nell’aria svelava il segreto: qualche sarago non lo avevano venduto per poterlo gustare poi a tavola, insieme a tutta la famiglia, accompagnato da un buon bicchiere di vino e una saporita leccata di baffi. “Lu cuenzu” era stato una sfida… i pescatori, ancora una volta, si sono rivelati maestri insuperabili di pazienza, tenacia e navigazione.

Rosi Fracella

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